L’Acqua di Orval, o delle cause della vendita limitata delle birre trappiste

Correva l’anno del Signore 1688 nell’abbazia Notre-Dame d’Orval. Quel mattino fratello Pierre era chino sui suoi volumi di teologia, quando sentì giungere trafelato fra Jerome.
«Fratello, è appena giunto da Florenville un mendicante». La sua voce era affannosa e lo scapolare gli si era sollevato sopra la spalla per via della corsa.
«Cosa chiede?» domandò lo studioso con una certa distrazione, continuando a sfogliare le pagine della “Summa Theologiae”.
«Acqua e cibo»
«Dategliene subito e assicuratevi che parta prima possibile»
«Chiede anche di trascorrere qui la notte per essere assistito»
Fratello Pierre alzò la testa, guardando Jerome con preoccupazione.
«Portatelo in refettorio e rifocillatelo. Arriverò tra poco»
L’uomo era mal messo. Seduto a una delle tavole della mensa, mangiava avidamente una pagnotta di pane, un pasticcio di carne e del formaggio. I piedi scalzi e lerci, così come la sua veste rattoppata alla meglio denunciavano la sua condizione; ma gli occhi erano vispi e vigili e passavano di continuo dal piatto al volto di fratello Jerome che gli sedeva di fronte scrutandolo con attenzione.
Quando fratello Pierre entrò nel refettorio l’uomo si alzò, gli andò incontro e gli si gettò ai piedi per ringraziarlo.
Il frate, impassibile, lo fece rialzare prendendolo per un braccio e gli disse bruscamente:
«Non potete fermarvi per la notte. Dovete rimettervi subito in viaggio»
Il mendicante scoppiò in lacrime all’istante.
«Vengo da molto lontano. Ho sentito dei prodigi di fra Antoine e ho bisogno di essere guarito. Necessito della vostra Acqua di Orval».
Così dicendo si scoprì una spalla facendo calare la manica della veste fino al gomito e mostrando ai frati una piaga purulenta che aveva proprio in pieno petto. I due religiosi distolsero lo sguardo e comandarono all’uomo di coprirsi.
«Mi spiace, ma fratello Antoine è mancato due mesi fa»
Era vero. L’anno prima, con i suoi intrugli, aveva vinto un’epidemia di tifo in tutta la provincia e la sua fama si era diffusa a tal punto che ogni giorno da ogni angolo del Paese decine di persone si accalcavano all’ingresso dell’abbazia per farsi curare. Ovunque si parlava della miracolosa pozione, l’Acqua di Orval, una miscela di luppolo, malto d’orzo, acqua e altri misteriosi lieviti, capace di curare tanto i malanni fisici quanto quelli mentali.
Un giorno però un malato particolarmente grave, che fra Antoine stava assistendo da settimane con la sua solita generosità somministrandogli dosi massicce di Acqua di Orval, lo ferì a morte conficcandogli un bisturi nella carotide. Il fratello passò fra le braccia del Signore nel giro di un’ora e da quel giorno la vita nell’abbazia non fu più la stessa. I frati, che non riuscivano a capacitarsi di un simile gesto, smisero di ospitare i bisognosi poiché in ogni mendicante vedevano un potenziale assassino. Soprattutto si convinsero che l’omicida fosse stato mandato per punirli di aver prodotto l’acqua miracolosa e per questo smisero di somministrarla.
Ma ora avevano davanti quel disperato che continuava a piangere e a strapparsi le vesti. Fra Pierre e fra Jerome riempirono una sacca con due pagnotte e una forma di cacio e la porsero al mendicante spingendolo verso l’uscita dell’abbazia. L’uomo continuava a chiedere aiuto e a urlare, non si dava pace, diceva che solo loro potevano salvarlo. Era talmente disperato da rotolarsi per terra, aggrappandosi alle caviglie dei frati che, infine, mossi a compassione per tanta sofferenza, si convinsero, dopo infiniti conflitti interiori, a farlo rimanere.
L’uomo, in effetti, era molto malato; solo un mese più tardi, dopo una somministrazione giornaliera di un boccale di Acqua di Orval, le sue condizioni iniziarono a migliorare. Cominciò a sentirsi nuovamente in forze e iniziò anche a dare una mano nella coltivazione dell’orto, facendosi ben volere da tutti i frati. Gli abitanti dell’abbazia, però, non smisero di tenerlo d’occhio. Il ricordo di fratello Antoine non cessava di tormentarli.
Una notte, mentre tutti dormivano, il mendicante si alzò in silenzio e uscì dalla sua camera. Scese le scale di soppiatto e giunto in cantina si versò un boccale di Acqua di Orval. Se lo gustò dalla prima all’ultima goccia e non poté fare a meno di versarsene subito un altro e poi un altro ancora. Quando fra Pierre lo trovò, insospettito dalla luce che filtrava dall’uscio che portava alla cantina, il mendicante era al suo settimo boccale.
Quando vide il frate, l’uomo, fuori di sé, non ebbe alcuna esitazione e, afferrata una lunga asta di ferro arrugginito tentò di colpirlo con un fendente. Ma fra Pierre era preparato e schivata la stoccata del mendicante, lo colpì al capo con un asse di legno. L’uomo stramazzò a terra, in una chiazza di sangue.
A quel punto fra Pierre cadde in ginocchio e prendendosi il capo fra le mani, pensò a fra Antoine. Poi guardò il barile di Acqua di Orval. E tutto gli fu chiarissimo.

Con questo racconto, totalmente frutto di invenzione, partecipo al concorso “Dentro la birra” per antologia di racconti brevi sulla birra organizzato da braviautori.it. Il racconto è stato selezionato e farà parte dell’antologia

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