Quando Allen Ginsberg recitò “Howl” in un’aula di tribunale

L’ultima copia di un vecchio libro fuori catalogo trovato per caso su Amazon e una finestra che si apre su uno dei periodi più inquieti per gli Stati Uniti nel corso del Novecento: gli anni della contestazione giovanile, delle lotte per i diritti civili, per l’emancipazione degli afro-americani, contro il militarismo e la guerra in Vietnam. Una lettura bellissima, stimolante, a tratti divertente di uno dei padri della Beat Generation, Allen Ginsberg, ormai entrato nel novero dei personaggi mitici. Ma questa volta non si tratta di una raccolta di poesie, né di un suo diario scritto durante un viaggio in Estremo Oriente. È la trascrizione del suo interrogatorio davanti al tribunale di Chicago nel dicembre del 1969.

La vicenda. Chicago, domenica 25 agosto 1968. Esattamente 44 anni fa. Sono trascorsi quattro mesi dai moti causati in città dall’assassinio di Martin Luther King. Quel giorno nella capitale dell’Illinois il caldo è asfissiante, ma 5 mila persone tra anarchici, rivoluzionari, comunisti, figli dei fiori e pacifisti si radunano a Lincoln Park, nel North Side della città, per manifestare pacificamente il proprio dissenso in occasione della Convention del Partito Democratico prevista dal 25 al 29 agosto. Le associazioni e i movimenti di protesta da mesi organizzano un Festival della Vita, con concerti, lezioni di ogni genere, workshop, laboratori di recitazione e di poesia. Insomma, una sorta di Woodstock ante-litteram e dalle dimensioni contenute, nel centro di Chicago.
Quel giorno, però, verso sera comincia un vero e proprio bagno di sangue che si protrae per due giorni: le forze dell’ordine, in tenuta antisommossa, l’esercito, l’FBI, i servizi segreti, le forze speciali (per l’occasione vengono impiegati 24 mila uomini) proibiscono ogni genere di manifestazione, compresa la marcia della pace. Quando con la forza iniziano a sgomberare il parco, scatenano inevitabilmente la reazione dei dimostranti che, in numero nettamente inferiore, vengono picchiati selvaggiamente. Lo scontro è feroce e il bilancio finale pesante: più di 600 arresti e un numero imprecisato di feriti. Le indagini condotte subito dopo dalla Chicago Crime Commission ascrivono proprio alle forze dell’ordine la colpa dell’estrema violenza. Ciononostante sette leader dei movimenti di protesta vengono arrestati, portati in tribunale (per cinque di loro, arriverà anche la condanna per istigazione alla rivolta).

Il processo e la testimonianza di Ginsberg. È in occasione del processo che si apre tredici mesi più tardi, nel settembre del 1969, che viene chiamato a testimoniare, a discarico della difesa, Allen Ginsberg, anch’egli tra i manifestanti di Chicago. Dalla trascrizione dei verbali, sorprende come l’autore di Howl venga interrogato per due giorni in una situazione di estrema ostilità. Di fronte a un giudice arrogante che accoglie tutte le obiezioni dell’accusa, respingendo tutte quelle della difesa, Ginsberg si trova a spiegare il proprio ruolo nella manifestazione e, in ultima istanza, quello di ispiratore dell’intero movimento di protesta. Presentato alla corte come esperto nel campo della salmodia e dei raduni pacifici, nel corso dell’interrogatorio condotto dall’avvocato della difesa, il poeta tenta di descrivere i propri tentativi di calmare la folla attraverso la declamazione di poesie e mantra e con la tecnica Om (O-o-m-m-m-m…): l’obiettivo è di dimostrare come gli intenti dei manifestanti a Chicago siano stati puramente pacifici e come si sia cercato in tutti i modi di evitare lo scontro con la polizia.
La lettura della deposizione scivola via come fosse un testo teatrale, con il ritmo serrato tipico di un interrogatorio in tribunale; al di là dei momenti più divertenti come quello in cui Ginsberg, in una fase di particolare tensione, si ritrova a utilizzare la tecnica Om per calmare un violento diverbio tra il giudice e l’avvocato della difesa, si ha l’impressione di avere di fronte un documento emblematico di quella fase della storia degli Stati Uniti. Una nuova cultura si sta facendo strada in quegli anni, un nuovo modo di guardare alla vita, ai suoi aspetti sociali e politici, al rapporto tra istituzioni e individui. E davanti a un giudice e a un pubblico ministero conservatori e bigotti, che ironizzano e deridono l’attività del poeta della Beat Generation e di tutto il movimento, Ginsberg riesce a rappresentare e comunicare questo mutamento epocale che interessa larghi strati della popolazione giovanile e di cui l’America non riesce ancora a comprendere l’importanza. Lo fa come solo un poeta può farlo, declamando i propri componimenti e guidando con la forza della parola i membri della giuria nella riflessione sui nuovi valori di libertà e di pace.
Si ritrova così a recitare un componimento di Blake, salmodiato in quel fine agosto al Lincoln Park, e diverse sue poesie assai rappresentative del suo impegno politico e della sua concezione pacifista della vita. E poco importa che nel controinterrogatorio il pubblico ministero lo inviti a declamare tre poesie dai contenuti scabrosi, con espliciti riferimenti al sesso e alle sue esperienze omosessuali, con l’evidente intento di screditare la sua testimonianza agli occhi della giuria: Ginsberg ne spiega con efficacia il profondo significato religioso e la deposizione può così terminare con l’avvocato di difesa che invita il poeta a recitare il suo componimento più famoso, Howl.
E allora possiamo immaginare la scena finale descritta dalle cronache dell’epoca: il silenzio assoluto che invade l’aula, Ginsberg che recita a memoria ogni verso «come un incantesimo» in un crescendo di intimità tra il testimone, la giuria e gli altri presenti in aula. Al termine della frammentaria declamazione né gli avvocati di difesa né il pubblico ministero hanno il coraggio di porre altre domande: il poeta simbolo della Beat Generation può congedarsi, mentre il pubblico si alza in segno di rispettoso e commosso saluto.

Allen Ginsberg, Testimonianza a Chicago. Davanti ai giudici Ginsberg spiega le ragioni del proprio impegno culturale e politico, a cura di F. Pivano, Milano, Il Saggiatore, 1996.

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