“Uomini e topi” di Steinbeck: quando un romanzo viene strumentalizzato

John Steinbeck, “Uomini e topi”, Milano, Bompiani, 2009.

Può un romanzo essere utilizzato per giustificare la condanna di un uomo alla pena di morte? Può un’opera letteraria porre solide basi per stabilire se un uomo è affetto o meno da ritardo mentale? Sono queste le domande che mi pongo da qualche settimana, da quando ho letto su diversi quotidiani americani e britannici che in Texas il famoso romanzo di John Steinbeck, Uomini e topi, costituisce la base per stabilire se un uomo è affetto da ritardo mentale o meno e, di conseguenza, per decretarne o meno l’esecuzione capitale.

Il libro di Steinbeck. La toccante vicenda del romanzo breve di Steinbeck (1902-1968) si svolge nella valle di Salinas, in California, dopo la crisi del Ventinove, ed è incentrata sull’intima amicizia tra Lennie Small e George Milton, due braccianti che vagano di ranch in ranch per guadagnarsi da vivere. Instancabile lavoratore affetto da gigantismo, Lennie è un uomo dalla spiccata sensibilità, ma che, per un ritardo mentale, non riesce a controllare la propria forza. Nonostante ami accarezzare tutto ciò che è bello al tatto, soprattutto il morbido pelo di cagnolini, conigli e topi, Lennie finisce sempre per uccidere il malcapitato animale a causa della sua irruenza. Suo compagno di viaggio è George, uomo saggio e intelligente che protegge l’amico dai problemi derivanti dal suo ritardo mentale.

Certo, George non risparmia a Lennie rimproveri e canzonature, di cui si pente immediatamente, poiché i due sono uniti da un rapporto quasi fraterno: entrambi coltivano il sogno di mettere da parte un gruzzoletto per comprare insieme una fattoria, fantasia che consente loro di tirare avanti e di rafforzare sempre più il loro legame. Trovato lavoro in un ranch, i due protagonisti vedono però sfumare il loro sogno, dal momento che Lennie finisce per uccidere non solo il cagnolino che gli era stato donato da un compagno di lavoro, ma anche la nuora del padrone: stuzzicato dalla sensualità di lei, finisce per spezzarle l’osso del collo, senza volerlo.

Lo stile di Steinbeck, nella traduzione di Cesare Pavese, è asciutto ed essenziale. La narrazione si sviluppa quasi per intero attraverso i dialoghi tra i personaggi: non a caso l’opera, quando fu pubblicata, nel 1937, fu immediatamente messa in scena a Broadway in versione teatrale. Le descrizioni sono ridotte al minimo: soltanto nel capitolo introduttivo e in quello conclusivo vengono ritratte con dovizia di particolari le rive del fiume Salinas con la sua rigogliosa flora popolata da esseri di ogni specie, quasi a chiudere il cerchio di un racconto che ha inizio e termina nello stesso luogo. La vicenda resta in bilico tra la speranza del raggiungimento della felicità da parte dei protagonisti e un crescente senso di morte che aleggia tra le pieghe della narrazione, che appare e scompare come in un gioco di specchi. Fin dall’inizio della vicenda il lettore si rende conto che tutto ruota intorno alla capacità o meno di Lennie di controllare i propri impulsi, ma ha il sospetto che, nonostante i sogni e le fantasie di un’esistenza tranquilla e pacifica, la sua sarà una fine tragica. Fuggito dopo l’omicidio, Lennie viene raggiunto da George prima di cadere nelle mani del figlio del padrone e degli altri braccianti che vogliono linciarlo. Non ne hanno il tempo perché George in un gesto di estrema pietà uccide l’amico per evitargli ulteriori sofferenze.

La strumentalizzazione. Il 7 agosto scorso Martin Wilson, accusato dell’omicidio di un informatore della polizia avvenuto nel 1992, è stato giustiziato, benché nel 2004 gli fosse stato diagnosticato un ritardo mentale. Nel 2002 la Corte Suprema degli Stati Uniti, infatti, rifacendosi all’ottavo emendamento che vieta l’applicazione di pene eccessive e crudeli, aveva dichiarato incostituzionale la messa a morte di persone con ritardi mentali, pur lasciando ai singoli Stati la possibilità di definire quando un individuo possa esserne ritenuto affetto. Con l’esecuzione di Wilson è così balzato all’attenzione dei media americani e internazionali come il Texas, anziché utilizzare metodi scientifici, abbia seguito una strada del tutto particolare per stabilire i criteri in grado di definire una disabilità mentale: si tratta dei cosiddetti “Briseno factors” caratteristiche comportamentali calibrate su quelle del personaggio di Lennie, tratteggiato da Steinbeck in Of Mice and Men.

Come riportato dal New York Times, il caso Wilson, giustiziato proprio perché in lui non sono stati riscontrati i “Briseno factors”, benché sia stato appurato come il suo quoziente intellettivo fosse assai inferiore alla media, sta suscitando numerose critiche, tra cui la reazione sdegnata del figlio di Steinbeck, il quale in un intervento scritto sottolinea come il padre, qualora fosse ancora vivo, sarebbe profondamente arrabbiato e amareggiato di vedere il proprio romanzo utilizzato in questo modo: la sua opera non intendeva certo essere scientifica e il carattere di Lennie non è stato concepito per diagnosticare una condizione medica quale la disabilità mentale.
Certo, non è la prima volta che un’opera viene strumentalizzata e utilizzata per giustificare una particolare pratica. Di esempi ne è piena la storia. Tuttavia, in questo caso la strumentalizzazione è ancora più sorprendente da una parte perché, sebbene Lennie sia ispirato a un personaggio reale, siamo in presenza di un prodotto della fantasia di un autore, non di un’opera teorica spesso maggiormente soggetta a interpretazioni e usi strumentali; dall’altra perché tale utilizzo intende giustificare in maniera subdola una pena, come quella capitale, non certo consona a un Paese civile.

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