La grande illusione prima della crisi: i “Racconti dell’età del jazz” di Fitzgerald

F. Scott Fitzgerald, “Racconti dell’età del jazz”, Milano, Mondadori, 1988.

Un titolo affascinante, che evoca il decennio dell’illusione plutocratica americana, prima del tragico crollo del Ventinove: l’età del jazz, ovvero l’America dei primi anni Venti, è allo stesso tempo lo sfondo e l’oggetto narrativo di questi splendidi racconti di Francis Scott Fitzgerald, famoso per grandi romanzi come Al di là del paradiso, Il grande Gatsby e Belli e dannati. Fitzgerald scriveva racconti quasi esclusivamente per denaro, spesso sottraendo tempo alla stesura delle sue opere maggiori, e non di rado considerandoli egli stesso non come opere letterarie, ma come veri e propri prodotti di consumo attraverso cui guadagnarsi da vivere (uno di questi, rifiutato a suo tempo dal New Yorker è stato peraltro pubblicato qualche settimana fa dallo stesso giornale). In realtà, i Racconti dell’età del jazz, benché siano scritti in occasioni e periodi diversi, benché oscillino tra fatti di cronaca, da cui spesso Fitzgerald prendeva spunto, e invenzioni fiabesche, sono uno spaccato stupefacente di quegli anni.
Primo maggio non è soltanto il racconto più lungo, ma anche quello che meglio rappresenta il titolo della raccolta. Da qui emerge un vivace affresco della New York di inizio anni Venti, percorsa dalla “paura rossa”, da dimostrazioni antisocialiste e da orde di giovani che, nonostante il recente regime proibizionistico, vagano da un locale all’altro della città alla ricerca di alcool e divertimento. Attraverso quattro storie emblematiche che si sviluppano in maniera indipendente, ma all’interno di un contesto tematico e spazio-temporale univoco, l’immagine che Fitzgerald tratteggia è quella di una società in profonda crisi, che sembra aver perso di vista i valori che fino a quel momento hanno contribuito a creare l’identità degli Stati Uniti. Una società in cui il desiderio di svago sembra permeare l’intera esistenza degli individui, o, per lo meno, di coloro che, appartenendo alla classe agiata, possono permetterselo.
Non a caso, in questo come in diversi altri racconti, una delle scene più ricorrenti è quella della festa. È il luogo simbolo di quegli anni, teatro di avventure amorose e di sfoggio d’apparenza, occasione ideale per dedicarsi a futili pettegolezzi o per attirare l’attenzione degli altri. Ecco quindi che ne La parte posteriore del cammello un ragazzo amante della mondanità, per partecipare a un ballo in maschera, arriva a travestirsi da cammello, pagando un taxista affinché impersoni il di dietro dell’animale. La spensieratezza dei giovani rampolli americani, la loro attitudine al divertimento, l’aspirazione a partecipare agli incontri mondani, per bere, ascoltare e ballare il jazz vengono così ridicolizzate da Fitzgerald, o tratteggiate attraverso iperboliche rappresentazioni ai confini della realtà.
Come ne Il diamante grosso come l’Hotel Ritz, a detta dello stesso autore, una delle cose migliori che abbia mai scritto. Qui simbolismo, critica sociale e satira si mescolano per stigmatizzare l’aspirazione, tipica di quegli anni, al lusso sfrenato, cui lo stesso Fitzgerald non era certo immune. La vicenda si svolge in un luogo fuori dal tempo, fra le montagne del Montana, un castello dalle ricchezze meravigliose, dove gli abitanti vivono tra pareti d’argento, avvolti da musica celestiale, consumando cibi prelibatissimi su piatti di diamanti, serviti e riveriti da una schiera di servi di colore; un luogo che sembra riprendere il mito dell’Arcadia, riletto in maniera originale da Fitzgerald, acuto osservatore di una società americana in piena espansione, ma che, attratta dal guadagno facile, è ormai priva di ogni vincolo morale. L’idea del denaro che corrompe moralmente è del resto un tema caro allo scrittore americano e questo racconto appare proprio come un monito rivolto agli Americani perché non perdano uno dei valori supremi della propria identità: la cultura del lavoro.
Ma l’interesse per questa raccolta non risiede soltanto nella critica sociale. Il caso singolare di Benjamin Button, da cui in tempi recenti è stato tratto il bel film di David Fincher, muove certo da premesse grottesche per giungere tuttavia a riflettere, attraverso una vena malinconica presente anche negli altri racconti, sul valore dell’esistenza. Più convenzionale, ma anche più amara, è la storia d’amore platonico narrata in La strega dai capelli rossicci, in cui il protagonista proietta in una misteriosa donna che incontra più volte a distanza di anni nel corso di tutta la sua vita, il proprio desiderio di evadere da un’esistenza troppo monotona e priva di emozioni.
Con gli ultimi racconti, Fitzgerald sembra ricercare nella campagna modelli di vita alternativi a quello plutocratico delle grandi città americane. Così, nel tristissimo La feccia della felicità la piccola cittadina di Marlowe rappresenta la genuinità della vita, così come l’instancabile ed energica protagonista femminile, in contrasto con un’altra donna solo dedita al lusso e ai beni materiali, è portatrice di valori autentici: la sua storia d’amore viene spezzata da una malattia che riduce in stato vegetativo il marito per undici lunghi anni, durante i quali lei lo accudisce fino alla morte con fedeltà e zelo.
Privi di trame sensazionali, ma tutti incentrati sulla descrizione di situazioni emotivamente significative, questi racconti, che poco hanno da invidiare ai grandi romanzi di Fitzgerald, lasciano nel lettore un senso di tristezza e malinconia per un’età lontana nel tempo, ma al contempo assai vicina e forse simile a quella in cui abbiamo vissuto prima della crisi che stiamo attraversando.

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