“On the Road”: il capolavoro di Kerouac nei suoi diari

J. Kerouac, “Un mondo battuto dal vento”, Milano, Mondador, 2006.

Sono dell’idea che Sulla strada, la cui versione cinematografica di Walter Salles è uscita in Italia proprio ieri, sia un libro da leggere in età adulta. Non ricordo molto della prima volta in cui lo lessi. Ero sicuramente troppo giovane. Fortunatamente un paio d’anni fa lo ripresi in mano e lo trovai un libro straordinario, per l’afflato di libertà che vi si respira pagina dopo pagina e di cui forse non si comprende fino in fondo la portata e il significato quando si è troppo giovani. E per libertà intendo esattamente un senso di spensieratezza e di assenza di qualsiasi impedimento nel vivere le proprie esperienze, nel seguire le proprie inclinazioni e nel compiere un proprio percorso interiore.
Un mondo battuto dal vento raccoglie molti dei numerosi diari che Jack Kerouac tenne tra il 1947 e il 1954, periodo di elaborazione di alcuni suoi importanti romanzi quali La città e la metropoli, il primo pubblicato, Il dottor Sax e soprattutto On the Road, vero manifesto della Beat Generation.
Per chi ha amato On the Road, scrutare nell’animo del suo autore mette una certa emozione. Tuttavia, il Kerouac che ci si trova davanti può a prima vista spiazzare. Basti pensare che nel romanzo Sal Paradise è desideroso di viaggiare e di non fermarsi mai. Al contrario, nei taccuini redatti mentre sta scrivendo la sua prima opera, l’autore esprime più volte il desiderio di comprare un ranch in Colorado per vivere lavorando la terra e scrivendo in tranquillità.
Nei diari osserviamo tanto lo scrittore quanto l’uomo Kerouac. Questi scritti ne descrivono la quotidianità, le difficoltà giornaliere, i momenti di esaltazione e quelli di depressione, fino a mostracene la vera interiorità. Un’interiorità che ho trovato per certi versi stupefacente, anzitutto per la profonda spiritualità di cui queste pagine sono intrise. Contrariamente a certe immagini stereotipate che di lui sono state fornite nel corso dei decenni, Kerouac era profondamente credente, anche se più che di religione, si dovrebbe parlare nel suo caso di sentimento religioso. I riferimenti al Vangelo, le invocazioni e i ringraziamenti a Dio, i salmi da lui annotati in questi taccuini non hanno nulla del dogmatismo che solitamente caratterizza le istituzioni ecclesiastiche, ma si caratterizzano come un vero e proprio dialogo tra lo scrittore e la divinità. Kerouac ringrazia Dio per il dono della scrittura e per le concrete speranze di successo e lo fa con tutta la sincerità e tutta la consapevolezza che gli sono propri, ben conscio che tutto dipende non certo da forze ultraterrene, ma dalla sua capacità di impegnarsi quotidianamente nel proprio lavoro. Non è un caso che egli annoti giorno per giorno con estrema meticolosità il numero delle parole scritte nella fase di composizione delle sue opere o in quella di revisione e battitura dei testi.

Non mancano naturalmente in questi diari le passioni forti, gli amori, i deliri da ascoltatore di be-bop, ma anche i momenti di tristezza e il senso di sconfitta per i rifiuti dei suoi scritti da parte di qualche rivista. Troviamo anche sporadiche considerazioni di carattere sociale, di critica nei confronti della società consumistica o alcune annotazioni influenzate dal clima politico di contrapposizione ideologica che si sta delineando sullo scacchiere mondiale proprio in quegli anni. Ma queste tematiche rimangono assai ai margini. I diari di Kerouac ci mostrano un autore che, per lo meno in questo periodo della sua vita, è tutto proiettato su sé stesso e non certo desideroso di farsi promotore di una riforma dei costumi contro la mentalità bigotta dell’America di quegli anni. Quello di Kerouac è un percorso intimamente individualista, benché non egoistico. Lo si evince dalla ricerca spasmodica del successo, dalla sua volontà di emanciparsi economicamente e di perseguire i propri interessi. In questo senso, la scrittura acquisisce un valore centrale: viene concepita tanto come strumento per giungere al successo economico, quanto come mezzo per un progresso spirituale.
E infatti, fra gli appunti più interessanti ci sono quelli che riguardano proprio l’evoluzione della sua tecnica compositiva (su cui rimando a questo bel post di Dianella Bardelli su Samgha). Perché sono questi gli anni in cui nasce la prosa spontanea, ossia il modo particolare con cui Kerouac redige On the Road e, soprattutto, alcuni romanzi successivi (leggete I Sotterranei: sullo sfondo di una San Francisco sfuggente e affascinante la storia viene narrata con periodi che si prolungano per pagine e pagine, senza punti fermi in un susseguirsi di immagini che emergono senza freni dalla mente dello scrittore). Alla base di questa tecnica c’è la convinzione che “il primo pensiero è il migliore”. La scrittura nasce così da visioni istantanee e sgorga in maniera naturale, senza alcun programma, scaturendo non tanto dalle emozioni quanto appunto dalle immagini che si formano in maniera spontanea nella mente di chi scrive. Grazie a questa tecnica, Kerouac giunge alla consapevolezza di non essere più semplicemente un narratore di storie, ma a tutti gli effetti un uomo capace di toccare livelli di spiritualità superiori. È questa, a mio parere, la vera peculiarità della generazione Beat e di On the Road: qui la scrittura non è soltanto il mezzo per raccontare una vicenda, ma è l’essenza stessa del romanzo. È per questo che andrò a vedere con un po’ di scetticismo il film di Walter Salles.

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4 pensieri su ““On the Road”: il capolavoro di Kerouac nei suoi diari

  1. Hai ragione, per comprendere “On the Road” è necessario leggerlo in età adulta, quando la spensieratezza è sparita e le parole del libro possono riportarti a quelle sensazioni lontane nel tempo, quelle non provavamo a 20 anni, perché lì il mondo era nostro. “I sotterranei” non mi hanno lasciato niente, avevo addirittura dimenticato di averli letti e tutt’ora ho il dubbio che quel libro che mi guarda dall’alto della libreria sia mai stato aperto. Forse è necessaria una rilettura di entrambi. Alla fine l’hai visto il film? Io no, ma sono sempre in tempo. Ciò di cui sono sicuro è che sia stato un flop pazzesco al botteghino.

  2. Ti ringrazio molto di aver condiviso qui le tue impressioni. “I sotterranei”, a mio parere, non sono al livello di “On the road”, ma credo che siano da leggere proprio per lo stile narrativo. Quanto al film, alla fine non sono andato a vederlo: alcune persone dei cui gusti mi fido ciecamente, me l’hanno totalmente sconsigliato e non ho voluto rovinarmi l’immagine mentale che ho di questo grande romanzo. 🙂

    • Hai ragione, il rischio che la resa cinematografica rovini il ricordo che si ha di un’opera è presente. Non mi sottrarrò comunque al film di Salles.
      Pensa che, giusto ieri, ho visto “L’eleganza del riccio” tratto dal romanzo omonimo: la curiosità mi ha spinto sino quasi alla fine del film, poi, per questioni di tempo ho dovuto abbandonare..
      Beh.. del film mi è rimasta la sola curiosità..

  3. condivido quanto dici in queste tue riflessioni, è raro trovare persone che davvero capiscano Kerouac e siano in grado di entrare nel suo mondo spirituale; adoro tutto quello che lui ha scritto anche le cose, a mio avviso, meno riuscite, come i suoi haiku ad esempio; i Sotterranei a me è piaciuto, ma sì soprattutto per la scrittura, grazie della citazione
    Dianella

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