Uno studio “scientifico” del rimorso: “Thérèse Raquin” di Émile Zola

Zola-Thérèse Raquin

E. Zola , “Teresa Raquin”, Torino, La Stampa Editrice, 2003.

Thérèse Raquin (1867) è un romanzo che ho letto tutto d’un fiato: pur incentrato sull’analisi meticolosa delle più bieche passioni e dei più oscuri sentimenti umani, riesce tuttavia a svilupparsi senza cali di tensione. Le due figure protagoniste rimangono scolpite, per il loro realismo e la loro veridicità, nella storia della letteratura e nella mente di chiunque si approcci a questo capolavoro di Émile Zola.
Un’opera che fin dalle prime pagine mi ha immerso in un’atmosfera cupa e, oserei dire, claustrofobica. A cominciare dall’iniziale descrizione del luogo in cui si svolgerà quasi l’intera vicenda: quella buia galleria situata non lontano dal Pont Neuf di Parigi, un passaggio che unisce rue Mazarine a rue de Seine, dove sono ubicati l’oscura merceria e l’appartamento soprastante in cui trascorrono le giornate i personaggi principali.
Ma non aspettatevi intrighi e colpi di scena: non ne troverete. La grandezza dell’opera non risiede certo nella complessità della trama, che è al contrario assai semplice. La storia, del resto, è di quelle già sentite: una donna infelice, Thérèse, oppressa dalla propria situazione familiare; un marito, il cugino Camille, malaticcio e debole che non nutre nei suoi confronti alcun sentimento né trasporto; una suocera (e zia), la signora Raquin, che l’ha cresciuta dall’età di due anni e che la tratta come una figlia, ma solo per motivazioni egoistiche; l’incontro con un uomo vigoroso, intrigante, a tratti rozzo, Laurent, che mette a soqquadro la vita triste della donna; la passione che esplode e la decisione dei due amanti di uccidere Camille per poter convolare a nozze. Questi in sintesi i fatti, che non sono altro che l’occasione per un viaggio nell’interiorità umana, un minuzioso studio psicologico che si staglia certamente fra le vette del romanzo francese dell’Ottocento.
Emile_ZolaThérèse e Laurent, due autentici personaggi tragici di cui Zola indaga con scrupolosità ogni singola sensazione, ogni singolo sentimento. Dal freddo calcolo dell’uomo nel sedurre la donna, allo scoppio di una passione impetuosa, quasi animalesca in Thérèse, troppo a lungo mortificata nel corpo e nell’animo; dall’instaurarsi di un’interdipendenza fisica tra i due protagonisti che li conduce ad architettare l’omicidio, all’incapacità per entrambi di liberarsi del rimorso per il crimine commesso. Ed è proprio quest’ultimo sentimento il vero oggetto dell’analisi di Zola. Basti pensare che l’omicidio avviene ancor prima di essere giunti a metà del romanzo e da quel momento in poi l’autore sarà interamente proiettato nell’analisi del rimorso che attanaglia i due protagonisti. Esso viene indagato con sorprendente acume, quasi con scientificità, non solo attraverso le sue dirette implicazioni – l’immagine del defunto marito che si manifesta ai due amanti in frequenti allucinazioni – ma anche attraverso l’evoluzione del rapporto tra Thérèse e Laurent, divorati da un nemico comune, capace però di renderli via via ostili l’uno all’altro. È così che, attraverso progressivi stati di follia dei due personaggi, la passione lascia gradualmente il posto al disprezzo e all’odio.

Thérèse Raquin - Frontespizio edizione 1906 (fonte- Gallica)

Frontespizio dell’edizione del 1906 (fonte: Gallica)

Un libro morboso, che mette a nudo la debolezza umana, l’impossibilità di sottrarsi a una sorte già segnata, l’incapacità di opporsi a certi impulsi della carne o alla cieca aspirazione a realizzare determinati progetti di vita. D’altronde tutti i personaggi, compresi quelli minori, sembrano guidati esclusivamente dall’egoismo, dall’estrema determinazione a far prevalere la propria volontà, senza preoccuparsi dei sentimenti altrui. È così per gli amici di famiglia che frequentano l’appartamento sopra la merceria, personaggi quasi caricaturali dal basso profilo morale; è così per la signora Raquin che alleva Thérèse con calcolato amore solo per darla in sposa al figlio Camille, considerato troppo cagionevole e debole per costruirsi una vita da sé, o, dopo la morte di quest’ultimo, per assicurarsi una vecchiaia tranquilla.
La maestria di Zola, al primo vero successo della propria carriera letteraria, risiede non solo nell’inarrivabile attitudine per le descrizioni realistiche (impressionanti ad esempio, le pagine in cui l’autore abbozza i ritratti dei cadaveri che popolano l’obitorio), ma anche nella capacità di suscitare nel lettore sentimenti contrastanti. È forse anche questo un effetto prodotto da quella propensione tipica del naturalismo, di cui Zola è capofila, a descrivere oggettivamente ambienti, situazioni e personaggi senza che l’autore lasci trasparire alcun giudizio di valore. Così, per chi legge diventa difficile parteggiare o provare compassione, come ci si aspetterebbe, per il marito ucciso, proprio perché l’autore ce lo dipinge in tutta la sua spregevolezza, in tutta la sua mediocrità e in tutto il suo egoismo, senza indulgere in alcuna forma di commiserazione. A quel punto, si finisce piuttosto per provare pietà per le anime perse di Thérèse e Laurent, destinati inevitabilmente a una fine tragica, in accordo con quel determinismo che è anch’esso uno dei motivi cardine del naturalismo.
Thérèse Raquin è un romanzo splendido che, a mio parere, ancora oggi si presenta in tutta la sua modernità. Forse perché, in fondo, la natura umana rimane la stessa nel corso dei secoli.

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8 pensieri su “Uno studio “scientifico” del rimorso: “Thérèse Raquin” di Émile Zola

  1. Ecco, mi sarei dovuto portare questo sotto l’ombrellone, anziché tutte quelle cazzate che hanno solo appesantito la valigia. Sono sempre in tempo per una lettura di fine estate, comunque.
    Grazie!

  2. Ogni volta che viene citato il nome di Zola, nella mia testa si apre il ricordo, di anni or sono, della frana della miniera in Germinal con Etienne (che in alcune edizioni veniva tradotto con Stefano) &Co… l’acqua che sale, la pervasiva claustrofobia in crescendo, la disperazione mai esibita esplicitamente, ma, in maniera più subdola, descritta attraverso le reazioni istintive e primordiali dei corpi… vive le rèalisme!

  3. Letto per la scuola, in effetti non saprei dire se mi è piaciuto o no. Zola scrive magistralmente, ma l’atmosfera che crea è cupa, sudicia e claustrofobica. Se nella prima parte del romanzo, si può ancora simpatizzare un po’ per Teresa, nella seconda parte tutti i personaggi – tutti – suscitano ribrezzo; ma l’autore non se ne preoccupa, e procede ad analizzare il rimorso e la pazzia di Teresa e Lorenzo. Interessante e tutto, certo, ma pare che lo scopo primario dell’autore, oltre ad analizzare, sia quello di suscitare disgusto e ribrezzo. Non per sminuire Zola: scrive bene, ma ciò di cui parla è brutto e lui ci tiene a farlo emergere in tutta la sua bruttezza. Per chi, come me, non è particolarmente affascinato dall’analisi di ogni singola sfumatura di orrore e preferisce i colpi di scena e i personaggi con cui ci si può immedesimare, questo non è un libro adatto.

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